I resti del Che
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Il piccolo posto del "Che" - Igor Man - La Stampa |
"SPERO CHE DIO ABBIA UN POSTO PER ME" di Igor Man - Un'intervista con Guevara trentasei anni fa a Cuba Si, quelle ossa sono sue. La terra amara dì Villagrande, lontana e sola ha finalmente restituito a Ernesto Guevara (Lync) de Serna detto Che, la sua identità finale. Da Harlem a Calcutta, da Palma di Montechiaro a Gaza, dalla Quinta a de' Condotti, insomma dai ghetti ai salotti, ogni giorno incontriamo il Che: sulle magliette dei ragazzi che quando morì, or è trent'anni, per mano d'un sergente boliviano ubriaco, nemmeno erano nati. Ma Guevara non è soltanto trendy come lo fu la kaffia di Arafat durante l'intifada: e oggi indossa la T-shirt col barbone e il sigaro di Guevara sa che quelo "è uno gagliardo tosto, diciamo mitico". Epico, ma ai ragazzi basta e avanza anche perché la loro vaghezza è misteriosamente colma di tenerezza. Nell'aprile del 1970, in Giordania, fui un giorno in una di quelle fogne a cielo aperto che pudicamente chiamiamo "campi profughi". In una tenda dove lavoravano (in nero) tre donne palestinesi cucire magliette per un commerciante di Amman, spiccava il poster del Che, quello ricavato da Giangi Feltrinelli dal celebre fotogramma Korda. Chiesi se sapessero chi fosse quel tipo col basco e quelle risposero che era "un combattente della libertà han detto ch'è morto ma forse è ancora vivo". Osvaldo Soriano ha scritto che l'esempio del Che è stato frainteso al punto da portare alla morte molti giovani nel mondo; al punto da trasformare piccoli ragazzi incauti in terroristi (che oggi invocano pietà). Malato di "volontarismo", cultore di una utopia romantica (ma feroce), Guevara è stato ammazzato dalle sue stesse contraddizioni generose più che da un lurido sottufficiale ubriaco. Uomo-simbolo, il Che ha scatenato la generazione del benessere: ogni sfilata, ogni comizio degli esaltanti Sessanta (e dei terribili Settanta) porta l'impronta di Guevara. Quegli anni, ha scritto Maurizio Chierici, erano cominciati con i Beatles, il volo di Gagarin, la pillola antifecondativa e finiscono "nel segno di una giovinezza sacrificata che contamina ogni cosa". Perché? Forse - è la risposta possibile -, perché a far da battistrada a Guevara è un fenomeno importantissimo per il successo della sua immagine: la Pop Art-Andy Warhol. Guevara fu un eroe tragico perché i fatti gli han dato torto "No disparen, soy el Che", dice ai soldati boliviani che gli puntano addosso il mitra. Brandisce la carabina con una mano sol poiché l'hanno ferito. Mal coperto da una sorta di giacca vento bluastra che non riesce celare una camicia lacera, senza più bottoni; i calzoni kaki brandelli, rozzi mocassini piedi coperti da calze di lana verde a righe gialle, tenta portarsi a ridosso d'un pietrone "Soy el Che", ripete fiero ma senza arroganza, rassegnato oramai, eppure il "berretto verde" boliviano che lo cattura dirà che quelle parole ("Soy el Che") gli trapassano le viscere. Il comandante Guevara e i suoi ultimi guerriglieri sono in rotta dal 26 di settembre del 1967 sfuggiti all'imboscata all'Abra del Batan, consumano il conto alla rovescia. Lucidamente. Un testimone dirà a Lucio Lami: "Li vedemmo arrivare a La Higuera in tarda serata, verso le otto, mas o meno. Il Che, claudicante perché ferito al polpaccio destro, procedeva appoggiandosi a due soldatitos. Dietro, scortato, veniva Willy il boliviano. Seguivano alcuni campesinos con in spalla i morti". Chiudono il Che e Wílly in un'aula della scuoletta. Mentre la radio convulsamente ripete all'alto comando: "Papa está con nosotros" (Papa è lui, Guevara), un caporale redige pignolescamente l'inventario del "materiale trovato indosso al prigioniero e nella borsa a tracolla del medesimo catturato": un altimetro, quattro orologi di compagm caduti, una pistola calibro 45, un coltello da caccia Solingen, una pipetta da maté con relativo recipiente, mezzo sigaro, 20 mila pesos, 1500 dollari, 2 agende del diario, sussidiari di storia e geografia della Bolivia, la fotografia dei figli, una carta topografica annotata di pugno del Che, un passaporto di servizio. A un tenente che viene a trovarlo, il comandante Guevara chiede un'aspirina e intanto gli spiega come medicarlo. Si vuole che sussurri, quasi a se stesso, queste parole: "Abbiamo fallito... per il momento… ma la causa rimane, rimane…". La mattina del 9 di ottobre gli slegano le mani: arriva infatti il colonnello Ramos ("quello della Cia"). "Tu mi prendesti a calci, fu a Cuba, ricordi?", dice Ramos. "Vendicati, che aspetti", dice il Che, ma l'altro: "Non ne sono capace" sorride e gli tira 1 barba: dapprima con (finta) dolcezza, poi a strappo ed il Che lo schiaffeggia: "Sei un verme, non sei cambiato Ramos". Forse con quella frase Guevara ha firmato la sua condanna a morte, chissà, ma di li a poco, nel catoio dov'egli consuma il suo ultimo tempo di vita, irrompe un sergente col mitra spianato.. S'è ubriacato per darsi coraggio e tuttavia non riesce a sparare finché il Che: "Matame, hijo de puta", gli ordina. E quello finalmente spara. Il resto è storia nota: portano il Che e gli altri con l'elicottero a Vallegrande, e li lo seppelliscono: ai margini della pista di volo, esattamente dove, ora, hanno riesumato le sue ossa, frammiste a quelle degli altri guerriglieri rimasti fedeli al loro comandante davvero sino alla morte. Povere ossa, se le stanno a Castro, a Fidel basterà una tibia del suo vecchio compagno dimenticato per celebrare, una, volta ancora, se stesso. |
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