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"Siate realisti, chiedete l'impossibile"


Diego Averna

Dal '69 centrale era il movimento operaio
Parla il segretario della Cisl, allora studente di medicina
aver_gr.jpg (30188 byte) "Libertà è partecipazione" cantava Giorgio Gaber in un suo memorabile spettacolo.
E la partecipazione è l’elemento centrale che ha contraddistinto le lotte del ‘68 secondo Diego Averna.
«Allora eravamo convinti di essere protagonisti della storia. Avevamo la consapevolezza che il nostro impegno politico avrebbe cambiato le cose».
Quando scoppiò il ‘68 l’attuale segretario della Cisl frequentava il secondo anno della facoltà di Medicina a Milano e faceva parte del comitato di lotta. Il suo impegno politico nel movimento studentesco proseguì fino al giugno del ‘69.
«Poi un compagno andò a lavorare in fabbrica alla Ignis e così conoscemmo i quadri del movimento sindacale dell’azienda di Borghi. Allora la situazione era dura perché era presente solo il Salie che era un sindacato giallo».
 
Quale era il suo impegno?
«Per un po’ di tempo ho collaborato con la Fiom, poi con la costituzione di Potere operaio iniziammo un lavoro più politico con gli operai. Il nostro era un rapporto diretto. Andavamo a trovarli davanti alla fabbrica e anche al convitto Paolo VI di Cassinetta.
Molti di loro arrivavano dal Trentino e dalla Puglia e durante le feste non sapevano cosa fare perché erano bloccati in quel posto in mezzo alla campagna. Si credeva davvero all’importanza di unire il movimento studentesco con quello operaio. A tal proposito mi avvicinai anche alle Acli. A quel tempo era presidente Antonio Carcano e padre spirituale don Ernesto Mandelli. Insieme con Soffiantini e Toia collaboravamo ad un giornale. Poi un articolo e delle foto contro la polizia ci procurarono qualche problema e la collaborazione venne meno. La rivincita venne quando proprio Carcano fu picchiato durante una manifestazione dalle forze dell’ordine».
 
Che consistenza aveva Potere operaio a Varese?
«Eravamo una ventina. Tra questi ricordo Alberto Minazzi e Claudio Macchi. Certamente eravamo meno del Gruppo Gramsci, ma facemmo comunque un bel lavoro alla Ignis».
 
Quale era il clima di allora?
«Agitato. Molto di partecipazione. Una partecipazione diretta. C’era la consapevolezza che si potesse cambiare tutto Magari era esagerata questa convinzione, ma c’era».
 
E poi cosa è cambiato?
«In fabbrica molto. Si chiusero le commissioni interne e nacquero i consigli di fabbrica. Gli scioperi divennero un fatto normale e riuscivano benissimo. Anche perché partivano da esigenze chiare e semplici come le "pause fisiologiche" in catena di montaggio. Lo stesso contratto dei metalmeccanici ha visto un forte scontro tra diverse posizioni e poi con il padronato».
 
Quale fu per lei lo sviluppo di quel periodo?
«Iniziai a lavorare all’ospedale di Cittiglio e lì decisi di iscrivermi al sindacato. Era presente solo la Cisl e così l’incontro con l’organizzazione che poi avrebbe cambiato la mia vita fu piuttosto casuale».

 


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