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"Siate realisti, chiedete l'impossibile"


Giordano Bianchi

La rivoluzione in fabbrica
Un cattolico alle prese con la nuova politica
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Allora avevo più di trent’anni, tre figli,lavoravo alla Poretti come manutentore elettrico, ero democristiano per tradizione familiare e il Sessantotto per me è stata una scoperta tardiva della politica», Giordano Bianchi parla del suo Sessantotto non senza qualche emozione.

L’eco delle grandi manifestazioni di Milano arrivava fino a noi e col superamento delle vecchie commissioni interne sono entrato a far parte del primo consiglio di fabbrica, uscendo così dalle strette relazioni del mondo cattolico di Bizzozero in cui vivevo.

Scoprivo la centralità della classe lavoratrice, l’egualitarismo, che adesso tutti ci rimproverano e così l’interclassismo democristiano ha incominciato ad andarmi stretto.  Lo stipendio di un metalmeccanico, il mitico metalmeccanico, diventava il metro di misura di tutto, la scuola per i figli di un metalmeccanico com’era e come avrebbe dovuto essere, la sanità, con gli stanzoni per gli operai e le stanzette per gli impiegati erano ingiuste e insopportabili. Da qui l’adesione a tutte le grandi lotte per le riforme: fisco, scuola, sanità... Il Sessantotto è stata un’esplosione di vitalità individuale e collettiva. «Prima si comunicava con una cerchia ristretta di persone, all’oratorio, alle Acli, sul piazzale della chiesa con gli amici; il vincere la propria timidezza e alzarsi a parlare in assemblea è stata una vittoria personale eccezionale. Per me è stato importante aver frequentato con la Cisl una scuola sindacale nazionale a Firenze».

E la "carriera sindacale"...

«Il consiglio di fabbrica prima, poi il direttivo provinciale di categoria, l’operatore sindacale a tempo pieno per un breve periodo e il consiglio nazionale della Filia (Federazione italiana industria alimentare). Allora il venerdì ti arrivava la raccomandata per essere il lunedì a Roma e molto di quello che ho potuto fare lo devo a mia moglie che si lamentava, ma poi sopportava. I figli erano ancora piccoli».

Com’era il mondo cattolico all’interno del sindacato?

«Mentre la Cgil aveva una tradizione più strutturata, più organizzata, il partito, le componenti. Noi cattolici eravamo più sciolti, erano discussioni infinite fino a farti scoppiare la testa. Capivamo che la fede non ci diceva come doveva essere organizzato il potere all’interno della società, come doveva essere organizzata l’economia e come doveva essere distribuita la ricchezza. Era tutta una ricerca. Il vecchio parroco mi diceva che ero un "comunista di sacrestia"».

E sul piano personale?

«A me il pentito non lo farà mai fare nessuno. Dopo le scuole elementari avevo fatto le professionali, al Sessantotto devo la volontà di capire e da allora ho incominciato a divorare libri. Penso che la differenza fra me che ho fatto il Sessantotto e un leghista di oggi siano proprio le migliaia di libri letti».

 


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