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"Siate realisti, chiedete l'impossibile"


Mauro Carabelli

Il '68 ha dato un senso alla nostra vita
Uno sguardo nostalgico agli anni della contestazione
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A vederlo oggi Mauro Carabelli non si direbbe un ex sessantottino. Quarantasette anni, segretario del sindaco leghista Aldo Fumagalli, grande passione per l’astrologia. Quando scoppiò il sessantotto faceva il primo liceo classico.

«È stata la frequentazione dei "cattivi maestri" a spingermi verso il Movimento studentesco - dice scherzando Carabelli, - Chicco Gallina in testa. Le prime manifestazioni erano molto sentite per il carattere antiautoritario che esprimevano. Poi da lì passai a frequentare il Partito comunista d’Italia "linea rossa" e in seguito il "Gruppo Gramsci"».

Cosa la colpiva di quei gruppi?

«C’era un forte carattere innovativo. Idee forti. Si usciva dalle categorie obsolete della sinistra filocinese per affermare una nuova prospettiva per la classe operaia che, estranea al modello dominante capitalistico, poteva esprimere un nuovo linguaggio e una nuova visione del mondo. Il punto di vista operaio doveva diventare centrale e quindi andavano conquistate fette di potere partendo dalla fabbrica».

Ma lei studente come viveva quegli anni?

«In uno stato di grazia! Il passaggio dall’adolescenza al mondo degli adulti per me avveniva in un mondo ricco di valori. E questo dava un senso forte alla vita. Se penso a quegli anni mi commuovo ancora. Il giudizio non è sulle bandiere di allora, ma sulla presenza di un phatos che allora esisteva. Direi che il ‘68 è stato l’ultimo grande epilogo del ‘900. Eravamo convinti di trasformare tutto. Un po’ permeati dal mondo cattolico, pensavamo di risolvere tutti i problemi anche a livello istituzionale muovendosi con rapporti interpersonali diversi».

Quando vi siete accorti che le cose potevano davvero cambiare?

«Con le bombe! Fu la risposta dello Stato a darci il senso profondo che quello che stavamo facendo poteva portare a un cambiamento. Non ci aspettavamo una risposta tanto rabbiosa. Piazza Fontana fu un momento epocale. Il pathos si trasformò e perse di romanticismo perché ci rendemmo conto che alle nostre contestazioni lo Stato reagiva con le stragi. A quel punto sono cominciate a maturare scelte diverse».

Per lei cosa è significato?

«Beh, molto. Io sono rimasto nel gruppo Gramsci fino al ‘74. Poi ho capito che lo scontro diventava troppo reale e duro e non volevo farmici tritare dentro. Costituimmo un gruppo di Re nudo a Varese, c’era anche Angelo Zappoli con noi. L’idea era quella di vivere bene insieme senza però perdere il contatto con il movimento. Occupammo anche alcune strutture in modo per lo più simbolico. Poi esaurita questa fase alcuni mesi dopo sono tornato alle mie montagne».

Quando considera chiusa l’esperienza del ‘68?

«Nel ‘77 e più precisamente con la morte di Aldo Moro. Molti amici scelsero strade diverse, chi nell’impegno politico a fianco dei gruppi terroristici, chi nei partiti della sinistra tradizionale, chi invece nel totale disimpegno».

Quale era il rapporto con le donne in quegli anni?

«Bello e difficile. Ne ho avute tante e sono stato ben soddisfatto, ma ne ricordo uno pochi anni dopo, che mi ha cambiato molto. Una compagna che ha scoperto il femminismo e mi ha aiutato a capirlo. Il femminismo è stato dirompente e ci ha cambiato tutti».

I rapporti con quanti ha vissuto quegli anni come sono?

«Vede, io oggi ho scelto di fiancheggiare i movimenti autonomistici perché si vogliono sottrarre all’omologazione culturale e questo non è capito da tutti. Comunque con alcuni ho ottimi rapporti. Provo davvero nostalgia per quegli anni, anche perché insieme abbiamo creato delle grandissime illusioni. Io rispetto molto chi fa scelte diverse dalle mie perché credo che abbiano avute delle buone ragioni. Certo con altri le cose sono un po’ diversamente. Per esempio con Crugnola mi sento molto legato, ma a causa di diversi malintesi, tra noi si è quasi creata una barriera».

 


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