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"Siate realisti, chiedete l'impossibile"


Alessandro Carrera

Quando si sceglieva di entrare in fabbrica
Tra scelte religiose e militanza politica
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Quello di Sandro Carrera (classe 1950), oggi responsabile del patronato Inca della Cgil, è stato veramente un ‘68 forte. Come sul campo di pallacanestro, che praticava, anche in politica fu un "play maker", tanto che, quando interveniva nelle assemblee, la gente che stava nei corridoi, smetteva di fumare e rientrava in sala per ascoltarlo.
La sua è stata un’esperienza totalizzante, vissuta intensamente, col padre che non lo capiva e la madre che rispettava le sue scelte, ma profetizzava: un giorno te ne pentirai.
Ricostruisce la sua vicenda mentre riordina al computer i dati di quello che oggi, con la chimica è un suo interesse: la geologia.
«Nel ‘68 ero studente a Intra e ricordo che nell’assemblea che il preside convocò per evitare uno sciopero a sostegno degli operai della Montedison, ho rischiato di prenderle da quelli della Fgci, perché, con la timidezza del primo intervento pubblico, avevo esordito dicendo: siamo proprio coscienti della giustezza dello sciopero?».
Alla scuola seguì un intenso periodo religioso con un’esperienza comunitaria in un campo di lavoro che, nei suoi ricordi e nei fatti, ebbe molta importanza, assieme alla lettura di una rivista missionaria: Fede e civiltà.
 
 
Tornano alla mente i seminaristi che discutevano camminando allineati quattro o cinque per volta.
Avanzavano, poi tornavano indietro, sempre discutendo.
Dopo una breve frequentazione delle Acli, si tuffò in una lettura vorace dei sacri testi da Marx a Gramsci, approdando alla convinzione che la coscienza non veniva da Dio, ma veniva dall’esperienza e quindi che ci andava a fare in chiesa? meglio il gruppo Gramsci, dove ha vissuto le esperienze più significative.
Fondamentali furono le letture dei manoscritti economici e filosofici di Marx sull’alienazione.
Ricorda riunioni interminabili, sempre di sera, anche perché nel ‘69 era stato assunto come operaio alla Harley Davidson. «Riunioni fumose in tutti i sensi» dice.
Il gruppo Gramsci, che si riuniva nello scantinato di via del Ponte n.1, era strutturato con un esecutivo politico e molte commissioni specifiche, ed ebbe una notevole influenza nel contesto del movimento varesino, con la produzione di volantini ciclostilati che arrivavano puntuali su ogni avvenimento cittadino.
Gli aderenti al gruppo erano a stragrande maggioranza studenti e la presenza di un vero operaio, come Sandro, era molto ambita.
Una figura di spicco era allora Romano Madera, un’altra testa pensante di estrazione cattolica.
 
Che ci faceva un chimico diplomato alla Harley Davidson? Com’era il clima di quei tempi?
«Fare l’operaio era una scelta di coerenza, avevo addirittura chiesto di andare alla catena di montaggio, poi col riconoscimento del primo consiglio di fabbrica la mia attività sindacale si è andata intensificando, sia come attivista all’interno della Fim che come aderente al gruppo Gramsci, che allora teorizzava la nascita dei collettivi politici operai, con una forte linea egualitaria e in polemica col revisionismo del Pci.
Ricordo molti picchetti, spintoni,e i bottoni dei cappotti che saltavano, il tutto in un clima un po’ barricadero.
Una volta come operaio mi hanno fatto fare una assemblea ad architettura a Milano, con tremila persone e le gambe che mi tremavano; allora era teorizzato l’amore libero e alla fine una signorina mi si avvicinò, ma io non colsi, me lo fecero notare: Guarda che la signorina intendeva qualcosa di più…
Un’altra volta come extra parlamentare feci un comizio a Piazzale Loreto, per il 25 aprile. Allora si portava l’eschimo e il casco, il mio era un Crowell inglese, il migliore.
Non fui mai coinvolto in scontri fisici, anche se coi fascisti c’era tensione. Ebbi due processi in cui venni assolto; allora era giudice istruttore Rovello, che oggi è un pezzo grosso dell’antimafia. Questo era il clima fino al ‘73 quando andai a militare».
 
Come è avvenuto il passaggio dalla Fim alla Fiom?
«Fu appunto dopo il militare: al ritorno per qualche mese non fui attivo, poi nella grande tensione unitaria della Flm e nel rimescolamento di quei tempi, anche per la personalità di sindacalisti come Rinaldini e Castano aderii alla Fiom, forse scaricato dalla Fim.
Nel gennaio del ‘75 la HD andò in cassa integrazione e questo, se vogliamo, fu la mia salvezza, perché ritrovai il contatto con la realtà e mi misi a fare attività sindacale vera e propria, tanto che nel ‘76 diventai operatore sindacale a tempo pieno».
 
Qualche riflessione retrospettiva? Pentimenti?
«No, io la vivo così: ci ho provato, alcune cose sono passate , altre no.
Continuo a pensare che viviamo in un mondo di matti, non so se ce la caveremo dal punto di vista ambientale e sociale; le tensioni Nord Sud del mondo saranno forti.
Distinguo nettamente le idee che hanno una valenza politica da quelle, pur giuste, ma solo con valenza culturale.
Per quanto riguarda il ‘68 ho la netta sensazione di non aver buttato il tempo, è stato anzi un fatto di ricchezza di cui, con buona pace di mia madre, non mi pento».

 


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