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"Siate realisti, chiedete l'impossibile"


Valerio Crugnola

Le provocazioni di Cippirimerlo
Le prime avvisaglie al Classico Cairoli
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La famiglia laica, il padre Bernardo
con un passato antifascista e assessore socialista al Bilancio subito dopo la Liberazione. Le difficoltà della guerra superate per l’intraprendenza della madre e l’aiuto di un cugino americano, Charles Poletti, governatore di Roma. Valerio (in omaggio al comandante partigiano che aveva giustiziato Mussolini) Crugnola è stato uno dei sessantottini doc di Varese.

«Ero un ragazzo ribelle, anticonformista, esuberante anche sul piano fisico - racconta Crugnola con la sua erre da aristocratico -. A scuola, il classico Cairoli di Varese, studiavo solo quel che mi interessava: anche questa era una forma di indipendenza. In prima liceo, per aver offeso, secondo il preside, la religione di stato, fui rimandato in tutte le materie per un gesto dadaista che oggi passerebbe inosservato. Poi però fui promosso. Ero precoce un po’ in tutto, grazie anche alla libertà che la famiglia mi dava. Potevo leggere quel che volevo, viaggiare, uscire la sera, esplorare il mondo. Anche i primi rapporti con l’altro sesso li ho avuti prima di altri».

Lei è stato al liceo dal ‘61 al ‘66 che clima si viveva? Chi erano gli insegnanti di riferimento?

«C’era un clima bigotto, austero, un po’ mummificato. Si studiava parecchio, spesso solo per dovere: ci dicevano che eravamo la classe dirigente del domani! Sotto quella cappa conformista covavano i fermenti, e l’occasione per esprimerli ci veniva anche da insegnanti come Remigio Colombo, di filosofia, o Fernando Gallingani, di italiano, e soprattutto da Raimondo Malgaroli, l’insegnante di latino e greco che ha posto le basi della nostra formazione, un uomo di grande fascino intellettuale e di grande umanità. Ricordo una sua splendida lezione sulla giustizia traducendo l’Antigone di Sofocle. Con Gallingani ricordo una discussione sulla libertà della scienza dopo aver visto il Galileo di Brecht al Piccolo. Ma l’incontro più dirompente fu con Cesare Revelli. Ormai da anni non fa che ripetere se stesso, è un po’ bollito, ma all’epoca il suo arrivo al liceo fu un cazzotto nell’occhio. Non era il mio insegnante, ma l’ultimo anno preparai l’esame di storia sui suoi appunti: la sua lettura del mondo, fatta di classi in lotta, di dinamiche politiche e sociali, era una grande novità».

E la politica...

«Per me occuparmi di politica era normale, per tradizione familiare. Personalmente sono passato gradualmente dalla curiosità per il centrosinistra (ricordo ancora che con Angelo Guerraggio e Diego Averna andammo a sentire Fanfani all’Impero, ai tempi della nazionalizzazione dell’energia elettrica) all’iscrizione al Psiup di Basso, Libertini, Foa. A Varese c’erano Gaetano Merzario, Vito Tioli, Franco Modesti, Bruna Bianchi, lo stesso Revelli».

Tornando al clima...

«Al liceo c’era un’egemonia di Gioventù studentesca, la futura Cl. I leader erano Portatadino, Spagnesi, Golonia. Facevano un giornale, il Michelaccio, e delle riunioni a tema -i Raggi- a cui anche alcuni di noi partecipavano. È stata un’occasione di confronto. Molte domeniche si andava in Val Veddasca, con la Caritativa, a fare animazione: per me era un modo per vedere da dentro una realtà sociale di povertà. Così anche Gs finì per essere attraversata dai fermenti della metà degli anni ‘60. Ad esempio il Michelaccio ospitò degli articoli dei fratelli Màdera e di Renzo Lovisolo molto attenti ai temi dei beats. E Luciano Di Pietro era addirittura partito missionario per il Nordest del Brasile. Ci fu persino una Zanzara ante litteram. Proprio in contrapposizione con Gs, uscirono due numeri di un giornalino: il Cippirimerlo. Un’inchiesta sul sesso scatenò il finimondo. Uno dei redattori, Giulio Marini, fu sospeso per quindici giorni, con la scusa che aveva offeso un bidello. Un po’ quello che sarebbe accaduto a Milano con la Zanzara».

 


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