68vapic_.gif (1614 byte)

protag.gif (4765 byte)

"Siate realisti, chiedete l'impossibile"


Ierina Dabalà

L'angelo del ciclostile
Il '68 dal bancone della federazione del Pci
daba_gr.jpg (29437 byte) Formidabili davvero, quegli anni, per chi aveva vent’anni e per chi ne aveva cinquanta, per chi viveva nella realtà della fabbrica e per chi andava a scuola.
Che qualcosa stesse davvero cambiando lo si era capito durante la campagna elettorale. Non era solo l’eco del maggio francese a portare aria nuova. Davanti alle fabbriche i lavoratori si fermavano più numerosi ad ascoltare i comizi, leggevano i volantini, discutevano. I risultati che arrivavano dai seggi elettorali la notte del primo maggio ’68 alla federazione provinciale del Pci ci riempivano di gioia e ben presto fu chiara che quell’avanzata elettorale investiva tutto il Paese. Alla Camera il Pci ottiene il 26.9 per cento dei voti, ben un milione di voti in più rispetto alle elezioni di dieci anni prima.
Lavoravo nella federazione provinciale del Pci nel ’68 e dopo la campagna elettorale gli avvenimenti si susseguono molto rapidamente.
Nell’agosto le truppe sovietiche invadono la
Cecoslovacchia. Ricordo le riunioni interminabili, le discussioni, la sofferenza per quei fatti poi arriva l’autunno ed iniziano le grandi manifestazioni. Io ero lì, dietro al bancone dell’ingresso e di lì passavano tutti: gli operai e gli studenti, entusiasti del momento che si andava vivendo.C’erano gli studenti. A Roma avvengono i fatti di Valle Giulia. A Milano le facoltà universitarie sono occupate, si chiede un rinnovamento delle strutture della scuola ma si cerca anche un collegamento con la classe operaia, anch’essa in lotta per rivendicare un rinnovamento più profondo di tutte le strutture del Paese.

Scioperi, cortei, agitazioni, e l’eco giunge anche nella nostra provincia e scendono in strada gli studenti delle serali, arrivano in federazione i ragazzi del liceo scientifico, del classico. Parlano, discutono, si scontrano con i giovani della Fgci i compagni più vecchi non capiscono appieno ciò che sta succedendo.

Le rivendicazioni che il movimento avanza sono giudicate troppo radicali ed infatti tutto viene messo in discussione: partiti della sinistra e sindacati non sono più il fulcro della protesta; questi giovani vogliono cambiare tutto, nelle scuole e nelle fabbriche.
E tutto cambia.
Gli avvenimenti in provincia non sono disgiunti da quelli nazionali. A dicembre c’è lo sciopero generale: ad Avola due braccianti vengono uccisi dalla polizia.
In federazione arrivano i lavoratori della Ignis e della Macchi, della Siome, della Bassani, i ragazzi della Filiberti e della Conciaria ed io, angelo del ciclostile, stampo volantini per ognuno, con la pressante urgenza che gli avvenimenti impongono.
Anche in quelle fabbriche dove non s’era mai scioperato qualcosa sta cambiando. Si formano collettivi operai, si scrivono giornaletti che denunciano le pesanti condizioni di lavoro, lo sfruttamento, le intimidazioni, l’ inquinamento.
Chi aveva taciuto ora trova la parola e vuole esprimere ciò che per tanti anni s’era tenuto dentro.
Scendono in piazza le donne del Malerba, della Carabelli entrano nella politica attiva, vogliono contare.
Ancora sciopero generale nel febbraio del ’69 per la riforma delle pensioni e c’è il congresso provinciale del Pci, che precede di poco quello nazionale da dove emerge il bisogno di capire,di cogliere al di fuori di ogni pregiudizio i fenomeni nuovi che vengono avanti nella società.
Il lavoro in federazione era imprevedibile e a giornate tranquille seguivano momenti frenetici, allora il ciclostile girava a tutta velocità e poi via, davanti alla Ignis, alla Macchi, a fabbriche grandi e piccole, e ne son successe di cose in quegli anni.
In novembre c’è la sciopero nazionale dei metalmeccanici ed una fiumana di gente si riversa a Roma all’imponente manifestazione. Quasi tutte le categorie sono in lotta per il rinnovo dei contratti di lavoro ma questa aspetto sindacale delle rivendicazioni non è che una parte del profondo cambiamento che si andava sviluppando.
Ero dietro al bancone della federazione il 12 dicembre del ’69, la sera dell’attentato alla Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana e una telefonata da Milano ci annuncia l’avvenimento.
È difficile spiegare ora la tensione e l’ansia di quei giorni, l’imprevedibilità di quei fatti e le oscure manovre che si intuivano oltre la versione ufficiale della pista anarchica.
Era la sinistra intera che si voleva colpire, tutto quel gran movimento, i cambiamenti che il padronato non poteva più accettare, che temeva, che ostacolava.
Ma non si può parlare del ’68 e scordare il Vietnam, bandiera nella lotta di quegli anni, Vietnam e il Natale con la tenda in Piazza Monte Grappa, e noi ragazzi a vegliare tutta la notte e cantare canzoni di protesta.
È il 19 novembre del ’70 e arriva a Varese una delegazione vietnamita. Alla sera il bocciodromo di Belforte è gremito all’inverosimile: operai, studenti, donne, pensionati. Sventolano bandiere vietnamite, sciarpe rosse al collo e il nome di Ho Chi Min scandito all’infinito poi parlano i compagni vietnamiti, un discorso lento, tradotto dal vietnamita al francese e quindi in italiano, parlano nella più rispettosa attenzione.
Ad uno ad uno portano la loro esperienza di lotta e di sofferenza e noi siamo con loro nelle paludi del Vietnam, torturati, incarcerati, bruciati dal napalm.
Anche questo è stato il ’68.
Nel ’70 il Parlamento approva la legge che istituisce il divorzio in Italia. La legge è il risultato di una lunga lotta popolare per una più radicale modifica del diritto di famiglia.
Anche questo è stato il ‘68.
Il ’68 e gli anni successivi hanno rappresentato una grande rottura con tutto quanto era prima di allora, nella politica e nel costume e si può veramente parlare di un prima e di un dopo completamente diverso.

 


vela.jpg (1330 byte)

email1.gif (1209 byte)

btn_home.jpg (846 byte)