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"Siate realisti, chiedete l'impossibile"


Chicco Gallina

La violenza fascista e gli scontri tra giovani
Gli anni del protagonismo
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Classe 1950, a Varese dal ‘58, Chicco (Francesco) Gallina è stato uno dei protagonisti del ‘68 nella città giardino.

Dopo aver frequentato il classico si è laureato in filosofia alla Statale di Milano. Tra i docenti ricorda: «Geymonat, Paci, Dal Pra, Della Peruta, Catalano e... un assistente Claudio Martelli». Ora Gallina insegna, e parlare del ‘68 dice «non ne posso più». Ma dopo un po’ inizia a raccontare. «Il primo impatto con la politica? È stato un impatto etico.

Ho fatto il "crumiro" - dice ironico- . Alla fine del ‘64 c’era stata una fiammata in Congo con un intervento Belga. Un gruppo di fascisti aveva organizzato un picchettaggio a scuola in appoggio dei belgi. Io sono entrato ugualmente a lezione. All’epoca i partiti, a scuola si vedevano poco. La prima volta che ricordo era nel ‘66, comparve un giornale della Fgci sul Vietnam.

Proprio in quell’anno è iniziato il mio impegno politico: i fascisti avevano ucciso Rossi nel corso delle elezioni universitarie. Noi a Varese organizzammo una manifestazione antifascista. In piazza quel pomeriggio eravamo meno dei poliziotti che erano una ventina».

Qual era il clima al classico?

«Beh, c’era una egemonia culturale dei cattolici di Gs. Riuscivano a creare dibattito su diverse tematiche. Tanto che con molti di loro è rimasta una certa amicizia. Loro avevano un giornale Il Michelaccio. E furono loro stessi che iniziarono a parlare in termini marcusiani. In seguito anche i ragazzi della sinistra crearono un giornale: Scuola e società. Quasi per ragioni tecniche ci si appoggiò al Psiup che ci appariva meno rigido della Fgci e del Pci».

Ricorda un personaggio, un momento più significativo di altri...

«Insieme a Giovanni Pirelli leggemmo il primo libro del Capitale di Marx. L’impressione fu notevole. Ci sembro di trovare delle conferme teoriche di quelle che erano semplici sensazioni. Alcuni di noi andarono a Milano a vedere le occupazioni delle università».

Che impressione ebbe?

«Vidi un grande fermento che mi colpì in termini positivi».

Quali erano i grandi caratteri del ‘68?

«Pensavamo a una centralità dell’assemblea. E poi l’attenzione per il Terzo Mondo. Ricordo ancora la suggestione del messaggio del Che alla Tricontinentale: "Uno, cento, mille Vietnam!". L’offensiva del Tet. Lettera a una professoressa di don Milani fu un grande ponte con il mondo cattolico, un testo che faceva una analisi critica della cultura che veniva impartita».

Lei da quale tipo di famiglia proveniva?

«Era una famiglia liberal. Mio padre Luciano era giornalista. Prima al Giornale del popolo di Bergamo, poi alla Prealpina. Si occupava di arte. A diciannove anni avevo letto la storia della guerra civile in Spagna o della comune di Parigi. Per me il Sessantotto non è stata una liberazione dall’oppressione familiare, come per altri».

Lei fu vittima di un mezzo attentato. Cosa accadde?

«Il nuovo clima aveva acceso la reazione dei fascitelli dell’epoca. Per tutto il ‘69 si andò avanti con qualche sfottò ma nulla di più. A Varese c’era il movimento studentesco con due motori il classico e lo scientifico. Allo scientifico c’erano compagni come Laura Motta o Marco Soldati. Ed era più vicino al Pci. Fu creato un coordinamento: il Cic (Coordinamento interstudentesco cittadino). Nel ‘69 c’erano stati i primi contatti con gli operai della Ignis. Erano dei giovani trasferiti da Trento. Tutto questo fece scaturire la reazione fascista».

C’era anche una specie di questione territoriale?

«Sì. In corso Matteotti c’erano tensioni tra fascisti e componenti del movimento studentesco. Il fatto che mi coinvolse comunque accadde il 2 novembre. A freddo. Di fronte alla questura da un auto scese Giulio Federiconi che mi gridò "Dovete piantarla di dar fastidio ai nostri ragazzi" e mi mollò una testata. La presenza fascista era molto pesante, il loro intento era di "ripulire il corso". Dietro a tutto c’era il Msi e formazioni sportive paramilitari. Non a caso in quel periodo iniziò la strategia della tensione».

Perché questo episodio ebbe tanta risonanza?

«Forse perché era stato uno dei primi. Ricordo che mi arrivò un telegramma di solidarietà da parte di Terracini. Va ricordato che tutto il ‘70 fu un anno di gravi tensioni e violenze fasciste».

Con Federiconi si è più incontrato?

«Sì, ci siamo rivisti e parlati diverse volte».

 


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