A quei
tempi facevo parte del direttivo provinciale dellArci, dove si scontravano le
diverse visioni del movimento studentesco e del Pci.
Al bocciodromo di viale
Belforte organizzavamo gli spettacoli di Dario Fo con la gente che accorreva da tutta la
provincia e prima di entrare la polizia perquisiva le persone.
Ricordo che subito dopo la
strage di piazza Fontana, una domenica di pomeriggio, in una saletta riservata, vedemmo un
breve filmato interpretato da Gian maria Volonté dove, utilizzando un manichino, si
dimostrava che lanarchico Pinelli non poteva essersi suicidato gettandosi dalla
finestra, come affermavano tutte le versioni ufficiali.
Ricordo ancora le battute
di un dirigente della Bassani che, affermando di sentirsi parte della "maggioranza
silenziosa", ironizzava sull innocenza dellanarchico Valpreda, ballerino
col morbo di Burger.
Avevo la fortuna di leggere
con chiarezza gli avvenimenti così come, oggi, le trasmissioni televisive di Zavoli
dimostrano.
Ricordo ancora una riunione
in cui il signor Bassani, imprenditore che viveva a Milano, cercava consensi fra i
dirigenti di Varese sulla sua interpretazione della strage di piazza Fontana, ma quei
dirigenti erano troppo provinciali, sapevano solo fare interruttori. Paradossalmente in
quella riunione solo io, giovane impiegato, comprendevo cosa intendesse. Naturalmente su
sponde opposte.
La Bassani è stata la
penultima fabbrica superiore ai mille dipendenti a sindacalizzarsi in Italia: si viveva in
un paternalismo generale con gli operai che per andare ai servizi dovevano prendere la
medaglia dalla scrivania del capo; e la direzione, per fronteggiare la piena
dellautunno caldo, aveva costituito un sindacato giallo.
Alla fine di una battaglia
fatta di comunicati, volantini, megafoni, assemblee e denunce, fu infine costituito un
vero consiglio di fabbrica legato ai sindacati confederali e, ancora oggi, sono molto
orgoglioso del fatto che sotto laccordo ci sia anche la mia firma.
Ricordo che la prima volta
che come Bassani partecipammo a uno sciopero, (era per il licenziamento di 200 operai
della Ignis) in piazza Monte Grappa ci fu un forte applauso con la direzione che aveva
mandato un fotografo a riprenderci.
Ricordo le assemblee
generali quando, per rispondere alle ritorsioni dellazienda, alzavo il tiro dei miei
interventi, perché sentivo che la gente era con noi.
Il signor Bassani per
intimorirmi arrivò a consegnarmi una lettera di licenziamento; per lui era inaccettabile
che un impiegato facesse sindacato.
Ho pagato in termini di
retribuzione e carriera, ma ne è valsa la pena. Rifarei tutto.
Basta scavare nella memoria
o parlarne con un amico e i ricordi, piccoli o grandi, affiorano infiniti, anche con un
senso di nostalgia per quella atmosfera, soprattutto pensando ai tempi di piatto
individualismo che viviamo oggi.
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