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"Siate realisti, chiedete l'impossibile"


Giorgio Malnati

Si viveva con l'idea di fare la storia
Il sindacato alla Bassani e il primo accordo firmato nella memoria di Giorgio Malnati
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Come ho vissuto il Sessantotto?

Per dirla come Capanna, per me furono formidabili quegli anni. Tutto veniva messo in discussione e immaginato creativamente: nelle fabbriche, nelle scuole, nel mondo cattolico, nei quartieri. Si viveva nell’illusione che i tempi della nostra vita coincidessero coi tempi della rivoluzione anche se, visto col senno di poi, tutto mi appare un po’ "sessantottesco". Ho comunque coscienza che la mia realtà di oggi è fortemente influenzata da quella esperienza.

A quei tempi facevo parte del direttivo provinciale dell’Arci, dove si scontravano le diverse visioni del movimento studentesco e del Pci.
Al bocciodromo di viale Belforte organizzavamo gli spettacoli di Dario Fo con la gente che accorreva da tutta la provincia e prima di entrare la polizia perquisiva le persone.
 
Ricordo che subito dopo la strage di piazza Fontana, una domenica di pomeriggio, in una saletta riservata, vedemmo un breve filmato interpretato da Gian maria Volonté dove, utilizzando un manichino, si dimostrava che l’anarchico Pinelli non poteva essersi suicidato gettandosi dalla finestra, come affermavano tutte le versioni ufficiali.
Ricordo ancora le battute di un dirigente della Bassani che, affermando di sentirsi parte della "maggioranza silenziosa", ironizzava sull’ innocenza dell’anarchico Valpreda, ballerino col morbo di Burger.
Avevo la fortuna di leggere con chiarezza gli avvenimenti così come, oggi, le trasmissioni televisive di Zavoli dimostrano.
 
Ricordo ancora una riunione in cui il signor Bassani, imprenditore che viveva a Milano, cercava consensi fra i dirigenti di Varese sulla sua interpretazione della strage di piazza Fontana, ma quei dirigenti erano troppo provinciali, sapevano solo fare interruttori. Paradossalmente in quella riunione solo io, giovane impiegato, comprendevo cosa intendesse. Naturalmente su sponde opposte.
La Bassani è stata la penultima fabbrica superiore ai mille dipendenti a sindacalizzarsi in Italia: si viveva in un paternalismo generale con gli operai che per andare ai servizi dovevano prendere la medaglia dalla scrivania del capo; e la direzione, per fronteggiare la piena dell’autunno caldo, aveva costituito un sindacato giallo.
Alla fine di una battaglia fatta di comunicati, volantini, megafoni, assemblee e denunce, fu infine costituito un vero consiglio di fabbrica legato ai sindacati confederali e, ancora oggi, sono molto orgoglioso del fatto che sotto l’accordo ci sia anche la mia firma.
 
Ricordo che la prima volta che come Bassani partecipammo a uno sciopero, (era per il licenziamento di 200 operai della Ignis) in piazza Monte Grappa ci fu un forte applauso con la direzione che aveva mandato un fotografo a riprenderci.
Ricordo le assemblee generali quando, per rispondere alle ritorsioni dell’azienda, alzavo il tiro dei miei interventi, perché sentivo che la gente era con noi.
Il signor Bassani per intimorirmi arrivò a consegnarmi una lettera di licenziamento; per lui era inaccettabile che un impiegato facesse sindacato.
Ho pagato in termini di retribuzione e carriera, ma ne è valsa la pena. Rifarei tutto.
Basta scavare nella memoria o parlarne con un amico e i ricordi, piccoli o grandi, affiorano infiniti, anche con un senso di nostalgia per quella atmosfera, soprattutto pensando ai tempi di piatto individualismo che viviamo oggi.

 


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