"Siate realisti, chiedete l'impossibile" |
Aurelio Penna
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Appartengo
alla "generazione fottuta": quella, come si diceva allora, "troppo
giovane per aver fatto la Resistenza, troppo vecchia per fare il Sessantotto".
A dire il vero un po di Resistenza lavevo fatta - ragazzino delle medie - scrivendo a mano manifestini contro il fascismo, che poi infilavo nelle caselle delle lettere. E anche il Sessantotto ho fatto, a modo mio, quando ormai i ventanni erano passati da un pezzo, avevo carichi di famiglia e una professione da portare avanti. "Sessantotto" è un termine convenzionale - la parte per il tutto - col quale si designano gli anni dellultima (fino a questo momento) rivoluzione avvenuta in Occidente. A distanza di un trentennio possiamo dire che di autentica rivoluzione si è trattato, anche se oggi sembra che se ne sia persa addirittura la memoria, latmosfera è profondamente mutata e le nuove generazioni paiono tetragone allimpegno politico. |
In quegli anni credevamo che fosse possibile, finalmente, cambiare in maniera radicale il mondo, costruire una società libera, giusta, onesta, senza sfruttati né sfruttatori. A misura duomo, insomma. Ricordo che il mio tempo libero se ne andava tutto in riunioni interminabili, articoli per i giornali, trasmissioni alle radio e alle televisioni democratiche. Allepoca io lavoravo in pubblicità - una professione allora più prestigiosa ed elitaria di oggi. Ad un certo punto me ne vergognai: non solo per lalto stipendio che guadagnavo, ma soprattutto perché mi pareva di fare un mestiere che ingannava la gente, promuovendo una società basata su consumi, modelli e valori fittizi. E decisi di cambiare lavoro. Cosè rimasto dei nostri sogni di allora, oltre alleco delle canzoni di Bob Dylan, di Joan Baez e degli Inti Illimani? Gli obiettivi massimi - come è accaduto del resto per tutte le rivoluzioni - non sono stati conseguiti: lo sfruttamento, la corruzione e il consumismo imperversano più che mai, aggravati oggi da una disoccupazione strutturale. Pure, moltissime cose sono cambiate da allora nel nostro modo di essere. Abbiamo "ucciso il padre", cioè il principio di autorità, abbiamo imparato a disubbidire. E a dire no a chi ci vuole condizionare. Quelli di noi che rifiutano il conformismo ovattato e narcotizzante hanno acquisito un modo di vivere più spontaneo e libero. Sanno che a volte la vita impone di accettare dei compromessi, ma sono in grado di mantenere intatta la loro integrità. E la loro rabbia, la loro voglia di giustizia e di cambiamento. È una base importante per poter ripartire. Per andare qualche passo più avanti. |