Il Che e le voci dei vinti

Airone rosso, 1 ottobre 1997

Quando il suo cadavere fu portato per le strade di quel minuscolo villaggio sperduto nella selva boliviana, una turba di poveri gridava: "Assassino, assassino!". Gli avevano detto che quell’uomo voleva rubare ai campesinos le loro capanne e staccare dalle pareti crocefissi e Vergini di Guadalupe. Ma una donna che riuscì a vedere il corpo da vicino lasciò cadere l’accusa. Cominciò a gemere: "Com’era giovane, com’era bello", e lo bisbigliava agli altri, ormai silenziosi, quasi stupefatti dall’odio che qualcuno gli aveva messo dentro.

Come i cacciatori di elefanti che si fanno fotografare accanto alla loro preda, così i militari posarono la loro mano sul corpo del Che e attesero il flash del fotografo. Lui aveva ancora gli occhi aperti, il torace nudo sembrava respirare a fatica, per l’asma che sempre lo aveva tormentato su quelle smisurate altitudini.

Sono passati venticinque anni (oggi ormai trenta, ndr) e i flauti andini e le maracas cubane che lo piansero a lungo in tutto il suo continente e oltre ("Correle, correle, correle / correle que te van a matar") sembrano sepolti tra le macerie di tante rivoluzioni mancate. Perché mai fosse ritrovato, dopo avergli tagliato le mani, hanno nascosto il suo corpo sotto il manto di pietrisco e poi d’asfalto di un’autostrada (era in realtà l’aeroporto di Vallegrande, il ritrovamento c’è stato in luglio, ndr). Ci passano sopra i camion che trasportano la Coca Cola.

Venticinque anni dalla morte del Che e 500 dalla morte della’America India, che allora non si chiamava, naturalmente, America. I giorni della storia non camminano passo dopo passo, di quando in quando, all’improvviso, franano o si impiantano. Che ci ha lasciato l’America di Montezuma? E il Che? Gli indios pensavano alla Terra come a una grande madre. Il Che diceva che bisogna compiere il prodigio di indurirsi senza perdere la propria tenerezza. Hanno visto lontano.

Mentre i conquistadores avanzavano con armi irresistibili, loro continuavano a sentire le voci dei vinti e a credere che un giorno sarebbero diventate grida di vittoria. Siamo davvero così pochi a credere che quelle voci non le ha portate via il vento, per sempre?

tratto da "Diario di un cattolico errante" di prossima pubblicazione presso Gamberetti editrice.

 


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