La dolcezza di Rigoberta Menchù
Airone rosso, 1 novembre 1997
Il Nobel per la Pace è andato a Rigoberta Menchù. La scelta ha scandalizzato alcuni, convinti che un Nobel del genere (cui del resto guardano con ironia) dovrebbe essere attribuito a chi non lotta, dunque si arrende alla violenza dei potenti. Che idiozia! O la pace è festa dei poveri che hanno finalmente avuto giustizia o - come dice Helder Camara - è la quiete velenosa dei pantani; o è dinamismo verso l’abbattimento delle oppressioni o è complicità con gli ingiusti. Chi pensa che emblema dell’uomo di pace sia il san Francesco che accarezza il lupo di Gubbio dimentica che san Francesco strappò il lupo dalla sua ferocia.
Rigoberta, questa giovane donna dalla faccia rotonda come la luna e dal sorriso festoso, viene - come molti sanno - da una storia spaventosa. Non ha perso la tenerezza, parla con infinita dolcezza di sua madre straziata dai soldati, del suo ‘fratellino’ ridotto a torcia vivente sulla piazza del villaggio, del padre bruciato nel rogo dell’ambasciata di Spagna a Città del Guatemala in cui era penetrato con altri campesinos perché l’Europa conoscesse le persecuzioni di cui erano vittime. Avevo scritto che Rigoberta ne parla con ‘disperata’ dolcezza; ma ho dovuto correggermi: proprio in questo sta la grandezza di Rigoberta: che nonostante questi orrori, nonostante la compagna che ha visto tagliare a pezzi a colpi di machete perché si rifiutava alle smanie di un padrone, nonostante non abbia più notizie delle sue sorelle e dei suoi fratelli, lei non singhiozza, non vive nel lutto, non alza la voce in nome della vendetta; chiede per tutti gli oppressi giustizia e libertà, chiede un mondo d’amore.
Lo chiede con dignità, anzi: con fierezza. Ricordo quando l’ho vista la prima volta, tre anni fa. La Rete Radié Resch teneva d suo convegno nazionale a Rimini. Non so chi stesse parlando: so che improvvisamente chi stava parlando tacque e la sala piombò in un silenzio impressionante. Dal fondo avanzarono Rigoberta e una sua compagna, vestite dell’abito nazionale, rutilante di colori poiché gli antenati hanno ordinato che le vesti delle donne somigliassero all’arcobaleno. Camminavano (ma dovrei dire: incedevano) con le braccia incrociate sul seno e, piccolissime, sembravano immense. Più tardi venne a trovare Clotilde e me. Tra le tante persone che sono entrate nella nostra casa credo che da pochissime ci sentimmo tanto onorati.
Nell’autobiografia Rigoberta ha descritto le donne del suo popolo che quando portano un bambino nel ventre si muovono per la foresta insegnandogli il nome degli alberi, degli animali, della luna e del sole. Lei somiglia a queste donne: ma il bambino che si porta dentro è la libertà del suo popolo e non è a lui che descrive il mondo, è a noi che descrive quel seme che un poco alla volta, nelle tenebre e nel sangue, cresce e acquista anima e forza. Le altre donne del suo popolo non vogliono accanto i maschi, quando partoriscono. Rigoberta pensa di avere bisogno di tutti noi, uomini e donne, perché il suo parto si compia.
Tratto da Diario di un cattolico errante, Gamberetti editrice
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